Grancia

Cenni storici

Il termine, piuttosto comune nella toponomastica italiana in questa forma o in quelle di "granza" o "grangia", deriva dal francese granche o grange, vocaboli a loro volta tratti dal latino granica (= cella adibita a deposito per il grano, masseria).
Con ciò si identificano in epoca medievale delle particolari strutture legate agli insediamenti monastici; esso può indicare sia un edificio con funzione di deposito di prodotti agricoli, posto all'interno di un complesso abbaziale, sia un insieme autonomo di edifici, lontano dall'abbazia madre, ma ugualmente connesso allo sfruttamento delle risorse del territorio in possesso del monastero.
In quest'ultimo caso, dunque, le grancie erano fattorie rurali, le quali basavano la loro economia non soltanto sui campi coltivabili, sui pascoli per le greggi, sulle foreste che fornivano legname, ma anche sullo sfruttamento delle cave e delle miniere presenti nel territorio, con i relativi edifici funzionali all'utilizzo di queste risorse, come i mulini e le forge, che funzionavano grazie ad un sapiente uso della potenza delle acque. 

Questo tipo di insediamento agricolo è testimoniato nei documenti scritti a partire dal XII secolo e risulta principalmente dipendente dai monasteri dei Benedettini Riformati, appartenenti agli ordini monastici dei Cluniacensi, dei Cistercensi e dei Certosini, famosi per aver rivoluzionato non soltanto la spiritualità religiosa del loro tempo, ma anche migliorato i metodi di sfruttamento del patrimonio fondiario in loro possesso, con una gestione economica più dinamica ed attenta ai progressi tecnici conquistati dall'agricoltura bassomedievale.
E' nota, inoltre, la perizia tecnica con cui, soprattutto i Cistercensi, imbrigliavano e canalizzavano le acque per la bonifica e l'irrigazione dei campi delle grancie o per lo sfruttamento dell'energia idraulica nell'azionare macchinari per la lavorazione di materie prime;
quest'uso è documentato, ad esempio, nell'abbazia francese di Fontenay, dove la forza dell'acqua faceva muovere il pesante maglio di una forgia per la lavorazione dei metalli.
 

Sono appunto le grancie cistercensi ad essere più studiate dal punto di vista architettonico, soprattutto in Inghilterra ed in Francia, mentre nel resto d'Europa, compresa l'Italia, gli studi sono ancora lontani da una visione globale del fenomeno.
In generale, tuttavia, la tipologia architettonica di questi edifici risulta molto varia e strettamente collegata alla funzione che dovevano svolgere: magazzini per granaglie, cantine, stalle, officine, ecc..

Le grancie sono attestate anche in Abruzzo: le più note, di cui si conservano i resti monumentali, sono quella di S.Spirito d'Ocre (L'Aquila), successivamente trasformata in abbazia, e quella di S.Maria del Monte a Campo Imperatore, entrambe appartenenti all'abbazia cistercense di Casanova.
La grancia di Morino, dipendente dall'abbazia certosina di Trisulti, si affianca ai più noti complessi abruzzesi; essa è testimoniata dal toponimo Grancìa, dall'esistenza di impianti artigianali, come il mulino e la forgia per i metalli, quest'ultima descritta da Alexandre Dumas intorno alla metà del XIX secolo, ed infine dalla presenza abbondante dell'acqua, necessaria sia allo sfruttamento agricolo del suolo, sia al funzionamento degli impianti artigianali.
L'esistenza del mulino, ridotto oggi allo stato di rudere e situato nei pressi dell'edificio che ospita il museo, e delle strutture della ferriera, che sorgevano a poca distanza lungo il torrente dello Schioppo, permettono di ipotizzare che il centro della grancia coincida proprio con l'area oggi occupata dall'edificio museale.

La grancia di Morino non è la sola struttura di interesse storico presente nell'area della riserva: ad essa si affiancano alcune importanti emergenze monumentali che testimoniano le vicende storiche ed insediative della zona. Pittoresche ed ancora consistenti sono le rovine dell'antico centro di Morino, posto sull'altura che domina il fondovalle.
L'abitato si è sviluppato dal castello omonimo noto dalle fonti fin dal XII secolo, a sua volta sorto probabilmente su un centro fortificato marso. Morino vecchio è stato abitato fino al 1915, quando, a causa del violento terremoto che ha colpito la Marsica, viene abbandonato per essere ricostruito nella zona di fondovalle in cui oggi si trova.In località Brecciose si conservano, invece, estesi ruderi della chiesa di S.Pietro, nota dalla seconda metà dell'XI secolo come edificio di culto dipendente dall'abbazia benedettina di Montecassino.
Il monumento certamente più suggestivo e meglio conservato, almeno dal punto di vista strutturale, è la chiesa di S.Maria del Pertuso, detta anche del Cauto, posta a circa 1000 mt. di quota presso la cascata dello Schioppo.
L'edificio, noto dalle fonti dal XII secolo, compare tra i possedimenti dell'abbazia cistercense di Casamari.
La struttura, di modeste dimensioni, è in parte scavata nella roccia e conserva ancora brani degli affreschi che decoravano la volta e le pareti, con raffigurazioni della Madonna, di Santi e di personaggi del clero.
 

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